Premio Racconti nella Rete 2025 “Fuga” di Laura Capogna
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2025– Ma, cosa fanno, Maestro? Perché non corrono ai ripari?
– Quali ripari? Sai bene che nessuno ha mai voluto considerare il rischio come reale e dunque nessuno si è preoccupato di allestirne.
– Ma c’è ancora un margine di tempo per mettersi al sicuro! Glielo abbiamo appena detto e dimostrato! Che i ripari ci siano o no, dovrebbero almeno cominciare a scappare! E invece… Vedo che qualcuno in effetti è impallidito dallo sgomento e qualcun altro si dispera, ma perché nessuno si muove, nessuno fa nulla?
– Non guardare, ascolta.
– Ascoltare? Stanno gridando tutti insieme uno sull’altro, uno contro l’altro…
– Appunto. Stanno scappando.
Ho Ke Che continuava a non capire. Tese meglio le orecchie, nel dubbio che in quel frastuono generale stesse perdendo gli scambi di battute importanti, quelli del Gran Consiglio, i cui membri strillavano forse più di tutti e comunque più vicino di tutti, visto che si trovavano a pochi passi da loro, sullo stesso palco, allestito per dare l’allerta generale dalla piazza principale. Ma neppure nel vociare concitato dei membri del Gran Consiglio riuscì a cogliere alcun accenno su come organizzare l’evacuazione, come evitare il panico, e magari come tentare di tirar su dei contrafforti, per guadagnare qualche ora e aumentare la probabilità di riuscire a portare tutti, ma proprio tutti in salvo. Niente del genere. Riuscì a distinguere nettamente, e con orrore, il tenore dei discorsi incrociati tra i vari dignitari: alcuni dubitavano, altri smentivano, tutti scaricavano colpe e responsabilità l’uno sull’altro.
– Maestro, non solo non stanno scappando: stanno perdendo tempo prezioso e sprecando fiato. È una follia!
– Su questo siamo d’accordo: quello che vedi è follia. Ma hai torto quando dici che non stanno scappando. Stanno scappando, ma dalla realtà. Non hanno voluto fare altro da almeno tre anni a questa parte, del resto. Mi sarei stupito – piacevolmente, è ovvio – se finalmente oggi avessero trovato il coraggio di guardarla in faccia. Mi aspettavo una reazione del genere, purtroppo. Ho insistito nel voler dare l’ultimo, estremo avvertimento non solo perché sarebbero ancora in tempo per salvarsi, ma soprattutto perché non mi sarei mai perdonato di non aver tentato fino all’ultimo di mostrar loro la realtà, finché si era ancora in tempo per gestirla correttamente e cambiarla.
Ho Ke Che era talmente sconvolto che non seppe cosa replicare
– Ma moriranno. Moriranno tutti… – riuscì solo a balbettare in un soffio, prossimo al pianto.
– La tua compassione è comprensibile. Ma non crucciarti troppo, Ho Ke Che: è una loro scelta.
– Ma è sbagliata! È sbagliata! Ci deve pur esser un modo per farglielo capire! – Ho Ke Che non riuscì ad evitare che grosse lacrime gli offuscassero la vista.
– Noi dell’Ashram, tutti e ciascuno, a turno e in mille modi, abbiano tentato strenuamente, testardamente di metterli in guardia, in questi tre anni. La diga non serviva. Non era sbarrando il fiume a monte che si sarebbero prevenuti i rischi di inondazione periodica del fondovalle. Servivano argini, e belli alti anche, non la diga. Hanno costruito la diga. E l’hanno fatto in fretta; ossia, male. Li abbiamo avvertiti anche di questo. Ed è servito ancora meno. Lo hai dimenticato? Hai dimenticato le derisioni, le aggressioni persino? Hanno sobillato il Gran Consiglio per metterci a tacere, negando gli oboli quotidiani a chi si ostinava a volerli avvertire. Hai dimenticato come ci abbiano costretto a spingerci sempre più lontano, nelle vicine contrade, per raccogliere di che sostentarci?
Sì. Per un attimo lo aveva dimenticato. Per più di un attimo. Dalla sera prima, da quando aveva ripassato mentalmente come suffragare prontamente con prove concrete pazientemente e meticolosamente messe insieme (calcoli, rilevamenti, testimonianze) il discorso che il Maestro avrebbe tenuto su quella piazza gremita, Gran Consiglio al completo ad ufficializzare l’autorizzazione di arringare la popolazione del villaggio convocata in massa. Aveva dimenticato tutti gli altri tentativi andati a vuoto, tutte le angherie e i dileggi subiti nel frattempo. Non capivano? Si era sempre detto che bisognava pur trovare un modo, bisognava salvarli da loro stessi, aprir loro gli occhi!
La diga stava per cedere. Secondo i suoi calcoli restava un giorno di tempo, forse due. Si era detto che quella era la volta buona, la volta decisiva. Ora sarebbe stato impossibile negare: le prove erano tante, evidenti, solide, inconfutabili. E c’era ancora un margine di tempo sufficiente per evitare il disastro. “O adesso o mai più!” si era detto la sera prima, poco prima di addormentarsi, e si era autoconvinto dell’inevitabilità del successo.
Ho Ke Che si guardò intorno, tra le lacrime che sfocavano grottescamente la scena: ai margini più esterni della folla, c’era chi si defilava scuotendo la testa e, tappandosi le orecchie, correva a chiudersi in casa; qua e là, gravitanti intorno ai crocicchi più fitti e concitati, tagliaborse solitari approfittavano della confusione generale per dedicarsi con meticolosa destrezza ad alleggerire tasche e scarselle; gli urlatori più accaniti erano giovani o giovanissimi: maledicevano l’Ashram, insultavano il Maestro, lo chiamavano uccello del malaugurio, gli urlavano “vergogna!”; gli anziani del villaggio pontificavano tra loro con fare tra lo sdegnato e il saccente “da quando in qua i monaci dell’Ashram sono esperti in ingegneria, architettura e dissesti idrogeologici?”, e qualcuno derideva o insultava a gran voce questo o quel membro del Gran Consiglio, per aver permesso “quest’assurda pagliacciata”.
Nessuno notò allievo e maestro che lasciavano il palco, scendendo dal retro, né li vide dirigersi a passi lenti ma decisi verso il fondo della piazza, lasciata la quale proseguirono spediti, attraverso la via più tortuosa ma anche meno frequentata, per uscire dal paesello.
L’Ashram era a mezza giornata di cammino dal villaggio, per la maggior parte del tragitto in salita, arroccato sulla cima più alta dei monti che sovrastavano quel fondovalle stretto e lungo.
Allievo e Maestro percorsero un buon tratto in imperfetto silenzio, cadenzato dagli inconsolabili seppur sommessi sospiri di Ho Ke Che, finché non fu il Maestro a sospirare rumorosamente, fermandosi.
– Sediamoci un attimo, sono stanco – dirlo e acciambellarsi nella posizione del loto all’ombra di un grosso acero fu un tutt’uno. Ho Ke Che lo imitò prontamente e smise di sospirare; ma non nascose il proprio sconforto: sedendogli di fronte, incassò le spalle e mantenne lo sguardo basso, fisso sulle proprie mani poggiate in grembo.
– Cosa appesantisce il tuo cammino? – Chiese placido il Maestro.
– Dove abbiamo sbagliato? – chiese di rimando Ho Ke Che, sul bordo del pianto, ma riuscendo almeno ad alzare lo sguardo verso il Maestro.
– Perché pensi che abbiamo sbagliato? – Continuò il Maestro, fissandolo pacatamente.
– Maestro, è evidente che abbiamo sbagliato qualcosa: non siamo riusciti a convincerli del mortale pericolo che incombe su di loro! Non siamo riusciti a salvarli! – replicò l’allievo, con una punta di irritazione nella voce.
– Se è evidente come dici, dovresti sapere in cosa abbiamo sbagliato. Sai dirmelo? Replicò il Maestro, imperturbato.
– No! No che non lo so! – accorgendosi di aver quasi urlato e aver stretto i pugni per l’esasperazione, Ho Ke Che si ricompose e continuò, mesto e sottovoce : – È questo che mi sto chiedendo da quando abbiamo lasciato il palco. È questo che mi angoscia!
– Pensi forse di aver sbagliato qualche calcolo?
– No, certo che no!
– Allora ti rimproveri di aver omesso qualche informazione, o di aver fornito qualche testimonianza falsa, o qualche dato errato?
– Maestro, no! Ho controllato tutto mille volte. Abbiamo controllato insieme. La realtà dei fatti che abbiamo illustrato loro è incontrovertibile!
– Quindi, è evidente che non abbiamo sbagliato noi.
Ho Ke Che si sentì sollevato. Ma durò un attimo. Lo sconforto provato fino a quel momento lasciò il posto al raccapriccio.
– Ma è una follia! Tutto è partito dalla paura delle inondazioni ingigantita ad arte da chi si sarebbe arricchito costruendo la diga. Possibile che nessuno si sia reso conto che il rimedio proposto era di gran lunga peggiore del male presunto? Tutti hanno inneggiato alla rapidità di costruzione della diga, tutti hanno dichiarato scongiurato per sempre il rischio di inondazioni, ma nessuno si è preso la briga di supervisionare i lavori, a parte noi. E quando abbiamo riferito dei difetti strutturali non ci hanno creduti, senza neppure controllare a loro volta. Sono voluti restare sordi e ciechi, fino all’ultimo. Perché negare la realtà? Si sono condannati a morte da soli… – La voce gli si incrinò, mentre gli occhi si riempivano di nuovo di lacrime.
Il Maestro attese pazientemente che i singhiozzi dell’allievo si placassero, sfumando a poco a poco nel silenzio ovattato del vento e dei cinguettii che colmavano il bosco.
– Ho Ke Che, per quanto terribile, la lezione di oggi è importante. Non dimenticarla mai: l’uomo tende a negare la realtà quando questa diventa troppo minacciosa e crudele, quando lo costringe a riconoscere i propri torti, a rimediare ai propri errori, a tornare sui propri passi, a rinunciare ad abitudini consolidate che, per quanto pericolose e nocive, hanno avuto il tempo di diventare comode e rassicuranti per il solo fatto di essersi dimostrate durature.
Ho apprezzato molto questo racconto che trovo pregevole per la ricchezza del linguaggio, accurato e raffinato, e per l’efficacia dei dialoghi. Dialoghi grazie ai quali si dipana l’intreccio e si stagliano le figure dei personaggi con i loro tratti distintivi: l’uno, razionale, quasi impassibile, non condivide la compassione provata dell’allievo che, invece, ne è sopraffatto, riuscendo appena a governare l’onda dei sentimenti che lo pervadono.
Non è facile incontrare uno stile tanto piacevole, con un’ottima resa dei dialoghi e una lingua così ricca e precisa. Complimenti davvero!