Racconti nella Rete®

24° Premio letterario Racconti nella Rete 2024/2025

Premio Racconti nella Rete 2024 “Non dire “mai”” di Maria Grazia Piastri

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2024

Sedeva, tranquilla, al banco. Come dai tempi dell’università,  si trovava di nuovo in aula da studentessa, e non da professoressa.

Si era laureata in filosofia, giovanissima.  E subito dopo ebbe la fortuna di avere la cattedra in un liceo, vicino a dove abitava con i genitori.

Aveva raggiunto il suo sogno più grande: quello di insegnare, ma pensava che, intellettivamente, doveva  rimanere in allenamento.

Le era sempre piaciuto guardare verso nuovi orizzonti, conoscere realtà e culture diverse. Decise, insieme ad altre colleghe, di iscriversi all’Istituto di Teologia. La scienza delle religioni l’aveva sempre affascinata, poi, pensava, magari quello studio le avrebbe permesso di recuperare il suo credo, finora vacillante. La sua mente libera  e critica non aveva mai voluto assoggettarsi a dettami stabiliti dall’alto o imposti dalla famiglia. Cresima, Comunione… e nel proseguo, una vita rigorosamente in parrocchia.

Ricordava le penose lezioni di catechismo quando era  bambina, e le penose confessioni a cui era costretta: “Ho risposto male a mamma e papà. Ho detto una bugia”…

Dopo i 5 anni del liceo, si era iscritta all’università; la sua facoltà era quella che più di altre mostrava i postumi della ribellione sessantottina. Quando vi entrò per la prima volta lesse le scritte sui muri. Le lesse e rilesse nei giorni seguenti, e le fece sue. Conobbe studenti che parlavano di liberazione dall’oppressore, della libertà di ogni popolo, di padroni e di proletariato. Mai di fede… E se ne distaccò, senza neppure accorgersene.

Conobbe il loro leader, il ragazzo biondo con l’eskimo, l’affabulatore affascinante che la travolse con le sue elucubrazioni, con i suoi baci, con i suoi abbracci… per poi abbandonarla, lasciandola nella solitudine e nel suo primo grande dolore.

Ma Layla era una ragazza forte, forte e determinata. S’immerse esclusivamente nello studio e si ritrovò con una laurea, conseguita con il massimo dei voti. Di lì a poco, l’abilitazione, il ruolo e la cattedra al liceo.

Le era sempre piaciuto insegnare, ci metteva tutta la sua passione; i suoi studenti lo percepivano e avevano con lei un buonissimo rapporto.

Svanito nel nulla il ragazzo con l’eskimo; svanite nel nulla le amiche femministe che manifestavano per il diritto all’aborto e al divorzio, adesso mogli e madri felici; svaniti nel nulla gli amici che inneggiavano al popolo contro la supremazia della borghesia, adesso banchieri o avvocati o notai.

Lei insegnava ed era felice. Era riuscita, grazie anche all’aiuto dei genitori, a fare un mutuo e comprarsi un piccolo appartamento, anch’esso vicino a scuola.

Usciva sempre di corsa, a piedi, con l’immancabile valigetta, colma di libri, e il sorriso sulle labbra. Tornava stanca ma il sorriso e il saluto per i conoscenti che incontrava non mancavano mai.

IL pomeriggio trascorreva veloce tra le riunioni, la preparazione delle lezioni, la correzione dei compiti e qualche ripetizione a studenti svogliati e demotivati. La sera indossava il comodo pigiama con le buffe faccette di Mickey Mouse, le pantofole, il piatto della cena sul piccolo tavolino davanti al divano e la televisione accesa, che spengeva presto perché il sonno l’assaliva. Non le mancava niente, o almeno di questo era convinta.

La telefonata di una collega:

“ Ci iscriviamo ad un corso all’Istituto di Teologia. Devi venire anche tu. Chi l’ha fatto ha detto  che è molto interessante”

Lì per lì la pigrizia, gli impegni. Poi il desiderio di  allargare le sue conoscenze. Si decise. Riaffiorarono alla mente le lezioni dei catechismo della sua infanzia, le confessioni attraverso le grate, le ipocrisie di un monsignore che volle allestire un baldacchino al centro dell’altare per far presa sui fedeli.

“I fedeli non sono attratti dalla magnificenza, bensì dalle parole, dalla predicazione vera, sentita mirata. Sono attratti dal Verbo…”

Layla che non riusciva mai a stare zitta e non esprimere ad alta voce ciò che pensava. Layla che non sopportava le imposizioni. Layla che non sopportava la doppiezza delle persone. Layla che a poco a poco fu allontanata dalla vita parrocchiale.

Layla che non rimpianse nulla, se non quella blanda fede imposta, che si era smarrita nei meandri della falsità. Ma, senza saperlo, era ancora alla ricerca di una rinnovata spiritualità o di un nuovo credo.

Prese il telefono:

“Va bene, vengo anch’io. Iscrivete anche me”

E un sabato pomeriggio quattro giovani insegnanti trentenni si avviarono in macchina verso una nuova avventura di studio, di una maggiore preparazione, di una più approfondita cultura.

Sedeva, tranquilla, al banco. Si sentiva, stranamente, più giovane ritrovandosi anche con laureandi. Scambiava due chiacchiere con le amiche, nell’attesa che iniziasse la prima lezione del corso. L’aula era stracolma di rinnovati studenti e studentesse, come loro.

La porta si aprì e tutti gli sguardi furono rivolti al professore appena entrato. Si sedette alla cattedra, vi  posò un registro e alcuni libri e si presentò. Sul volto non un sorriso, ma una ferma autorevolezza.

Layla continuò a fissarlo, inconsapevolmente. Non sapeva che da quel momento la sua placida esistenza sarebbe stata sconquassata da quella presenza.

Il professore iniziò ad argomentare sulla sua materia. Nell’aula, un assoluto silenzio se non le sue parole.

La giovane, come gli altri, ascoltava attentamente,  ma non capiva se era più attratta da lui o dalle sue spiegazioni. Quando uscì dopo un rapido saluto, il silenzio fu rotto da un brusio, di scambi di opinioni appena sibilati. Aleggiava un che di ammirazione, di stupore per quanto avevano ascoltato, per come era stato esposto. Fuori dall’aula, ci fu uno scambio più deciso, più sonoro; una voce unanime:

“Seguirò sicuramente queste lezioni. Molto interessanti e bravissimo il professore”

Layla trascorse la domenica come in trance. Iniziò un’altra settimana di scuola ma questa volta faceva il conto alla rovescia per abbreviare il tempo ed essere di nuovo a sabato. E puntuale, venne.

Le amiche la guardavano:

“ Tutto bene? Sei strana”

“Ma no, tutto bene, Sono solo un po’ stanca. Magari se guido, rimango più attenta”

Prese il posto dell’autista e si sentì esonerata dalla conversazione e dall’altrui attenzione.

La prima lezione era con un altro professore, essendo un diverso argomento. L’aula era semivuota. E l’ora pareva non finire mai.  Tornò il ricordo dell’ anziano prete della parrocchia, che ripeteva sempre:

“Obbedite sempre alla mamma e al papà, bambini. Mi raccomando. Non dite parolacce. Non abbiate pensieri cattivi”

Ma quali pensieri cattivi dovevano avere i bambini? Questi sono esclusivi dei grandi, con l’animo già imbrattato dalle delusioni, da incontri sbagliati, da avvenimenti negativi, da una marcia società, dalla pena a volte di vivere. Ma i bambini… loro sono ancora puri, con sogni lievi, e veri. I bambini!

Layla, prima di confessarsi, si scriveva su un foglietto i peccatucci, e chissà se erano originali o non originali; erano la sua lista della spesa, li vendeva per avere in cambio l’assoluzione  e potersi sentire di nuovo una bambina buona. E con qualche preghiera biascicata la sera, in ginocchio sul tappeto, se le sarebbe cavata. Mah, quante erano? Cinque Ave Maria  e cinque Padre Nostro, oppure quattro Ave Maria e sei Padre Nostro? Se sbaglio e non vengo assolta? Va beh, ne dico dieci e dieci – pensava la bambina – e andrà sicuramente bene. Il Signore continuerà a guardare anche verso di me.

A questo pensava con un nascosto sorriso, ascoltando la tediosa lezione. Faceva finta di ascoltare ma la noia l’agguantava e la trascinava altrove. Si riscosse dal torpore al termine dell’ora. Con uno scatto, si diresse, con le colleghe, nell’aula accanto, già gremita di ascoltatori. Riuscì ad accaparrarsi un banco in terza fila. Quando lo vide entrare, con il solito sguardo serio, il cuore dette un balzo. Come a una ragazzina.

“Ma che stupida che sono”, pensò imbarazzata.

Lo vide togliersi il cappotto, la sciarpa…, questa volta aveva un abbigliamento diverso. Il particolare che subito notò la tenne  incollata alla sua incredulità. Sotto il colletto della camicia azzurra, spiccava un colletto bianco, ovverosia il collarino ecclesiastico dell’abito talare.

Si sentì confusa, ebbe un attimo di smarrimento di fronte all’evidenza. Riaffiorò in lei la razionalità.

“Meglio così – pensò – che cosa mi aspettavo?”

E cercò di immergersi nell’ascolto. L’ora volò e un istintivo senso di rammarico la colse quando il prof si alzò, indossò il cappotto e fu ingoiato nel corridoio, tra un nugolo di laureandi.

Rimase immobile, sulla soglia dell’aula. Lo guardava allontanarsi, ma quando lui si girò indietro quasi attratto da quegli occhi che non smettevano di fissarlo, ebbe di nuovo un sobbalzo del cuore. Sentì le guance infiammarsi. Si vergognò di se stessa.

Rientrò velocemente, raccolse con gesti nervosi la borsa, il libro e il quaderno per gli appunti. Si avviò con le altre verso l’uscita dell’ Istituto. L’investì una folata d’aria gelida e un improvviso acquazzone.  Niente rispetto alla tempesta che aveva dentro.

Proseguì la vita di sempre: la scuola, le lezioni, i compiti, la cena frugale davanti alla tv, il pigiama da adolescente, il panino trangugiato al ritorno da scuola, i volti e i problemi dei suoi studenti… tutto come prima. Ma niente era più come prima. E Layla lo sentiva che qualcosa era cambiato per sempre nella sua placida esistenza. Era una mareggiata  che finora aveva appena sfiorato la sua spiaggia dorata e ordinata, ma che ben presto sarebbe diventata uno tsunami.

Il venerdì successivo, telefonò ad una collega:

“Non vengo domani. Ho ancora un terribile mal di testa. Temo di essermi influenzata”

Ma il giorno dopo, alle 15.00 esatte, era sul portone di casa ad aspettare che la venissero a prendere.

Altra lezione noiosa con l’anziano prelato, altra lezione con “lui”. Ne colse un’occhiata fugace e ciò che provò in quell’istante fu un’emozione nuova, mai provata prima.

Si alzò per avvicinarsi alla cattedra e firmare la presenza.

“Volevi chiedermi qualcosa?”

La voce… era di una profonda tenerezza.

“No no. Volevo solo firmare”

La sua usciva a stento e la mano le tremava. Ne uscì uno scarabocchio.

Ritornò al banco,  seguita dal suo sguardo e da un lieve sorriso divertito.

Si decise ad abbandonare il corso. Per rispetto, per onestà verso se stessa e per riacquistare tranquillità. Rischiava di rimanere invischiata in un sentimento, un sentimento impossibile, che  MAI avrebbe pensato di provare.

Voleva riprendere il suo tran tran, mettendo fine a quell’insolita esperienza. Le amiche non ne capirono la motivazione e insistettero perché non abbandonasse il corso.

“La scuola mi assorbe troppo. Sono davvero stanca.”

“Ma dai, trovavi così interessanti le lezioni  del professore Guglielmi. Ormai ti sei iscritta, hai pagato la quota.  Concludi l’anno, e a settembre prenderai la decisione di proseguire oppure smettere”

Non seppe opporsi. Non seppe o non volle.

Ed anche quel sabato si ritrovò, seduta al primo banco, immersa nell’ascolto ma anche in qualcosa a cui era difficile dare una spiegazione. Difficile e doloroso.

Trascorsero veloci i mesi. Venne giugno, con i mille impegni scolastici da affrontare. Ma alle lezioni di teologia non avrebbe più potuto rinunciare.

Uno degli ultimi sabati. Presto sarebbero terminati per ricominciare, volendo, a settembre per il secondo anno dei tre previsti per il conseguimento della laurea.

Il caldo si faceva sentire, le finestre erano spalancate, ne entrava appena una lieve brezza. Gli allievi in abiti estivi, “lui” con la camicia azzurra e il colletto bianco, che non si era più tolto. Portava anche una piccola croce di legno, appesa al taschino.

Presto lo avrebbe salutato e per tutta l’estate sarebbe stata tranquilla. Magari, non si sarebbe neppure ricordata del professore, magari a settembre non sarebbe più tornata, magari…

Quasi tutti uscivano, dopo aver firmato. Anche Layla stava per farlo quando lo vide scendere dalla cattedra ed avvicinarsi al suo banco.

“Ti volevo chiedere…”

Si guardò indietro, incerta se si stesse rivolgendo proprio a lei.

“Ti volevo chiedere se ti interessava partecipare ad un viaggio”

“Un viaggio?”, replicò con voce stentorea.

“Sì, un viaggio!” E sorrise, un sorriso aperto e cordiale.

“Un viaggio in Terra Santa, a luglio. Ci sono ancora posti, anche se pochi. Vuoi venire?”

Lei aspettava l’estate per stare tranquilla, per dimenticarlo…

Le parole non vennero, poi balbettò qualcosa senza neppure ricordarne il senso.

“Va bene, ci pensi e il prossimo sabato mi darai una risposta”

La mareggiata era diventata uno tsunami.

Venne presto il “prossimo sabato”. Aspettava impaziente di veder aprire la porta, lui che entrava e lei che diceva “Sì sì, vengo”

La porta si aprì ma la persona che entrò la fece sbiancare.

“”Mi dispiace ma oggi farò io lezione. Il professor Guglielmi è stato trattenuto a Roma per impegni”

Una ridda di emozioni, di sentimenti, di delusione, di speranze, di attese le mulinavano dentro durante quell’ora interminabile. Il cuore le scoppiava dentro, ne sentiva i rintocchi impazziti. La mente vacillava, si allontanava, ritornava.

“Benissimo.  E’ un segno. Aspetterò l’estate per dimenticare”

Si convinse che era la svolta  giusta ad una assurda situazione. Cercò di far parlare la sua pacata ragionevolezza, che non l’aveva mai abbandonata.

Accantonò in un angolo una sconosciuta delusione e dette di nuovo un senso alla sua vita.

Ma c’era ancora un sabato da affrontare, l’ultimo. Avrebbe saputo rinunciare all’invito? Si sentiva irremovibile sulla decisione presa, tuttavia  pregò in cuor suo di veder apparire sulla soglia  l’insegnante che l’aveva sostituito la volta  precedente. Ciò non avvenne.

Entrò con il suo solito sguardo magnetico, a cui era impossibile sottrarsi, con l’eloquio forbito che tutti affascinava.

La ignorò per tutto il tempo della lezione, e lei non sapeva se esserne felice o rammaricata.

Si congedò con l’augurio di trascorrere una serena estate e con un “ci rivediamo a settembre”.

Mentre le amiche l’aspettavano in corridoio, Layla si attardò a cercare i libri sotto il banco, la borsa, le chiavi della macchina… lo avrebbe poi salutato con un cenno per scomparire definitivamente dalla sua vita. Stava per uscire quando lui la fermò con la domanda che non avrebbe voluto sentire.

“Ci hai pensato? Hai preso una decisione?”

Senza rendersene conto, lo guardò fisso negli occhi.

“Sì, certo che ci ho pensato. Verrò molto volentieri”

Non conosceva nessuno dei partecipanti e l’unico viaggio più lungo che aveva fatto era stato fino a Milano, con un’amica, a vedere una mostra al Palazzo Reale.

Ma si preparò, preparò la valigia con un entusiasmo nuovo, diverso, incredibile. L’avvolgeva come una calda coperta nelle fredde sere  invernali, come una carezza del sole, l’armonia di una musica, la bellezza di un tramonto…

All’aeroporto salutò l’amico-collega che si era offerto di accompagnarla.

Fu un viaggio indimenticabile. Quindici giorni immersi nell’incanto di atmosfere particolari. Paesaggi mozzafiato, reperti archeologici meravigliosi, luoghi di culto dove era impossibile non ritrovare la propria anima. Gli attimi di contemplazione in solitudine e le risate insieme la sera in albergo.  E lui sempre presente, la sua complicità, la sua ironia, la sua allegria, la sua magnificenza nel raccontare…

Sovrastando l’Italia, guardandola dal cerchio dell’oblò, Layla pensò che il viaggio stava per finire ma  niente e nessuno ne avrebbe cancellato il ricordo.

All’aereporto,  abbracci, scambi di indirizzi e promesse di rivedersi ancora.

Altri viaggi ci furono. Mete sconosciute, dal fascino particolare e indimenticabile. Sparì il “don” davanti al nome. CI fu amicizia, profonda stima, lunghi colloqui, scambi di idee. E qualcosa di sottile, un’alchimia, un filo rosso che oscillava e legava l’uno all’altra. Mai spezzato, mai confessato.

Poi fu il caso, o il caos, ad allontanarli, così come li aveva fatti incontrare.

Lui si era definitivamente trasferito a Roma, dove alternava i suoi impegni di teologo a quelli di scrittore e giornalista. Lei aveva continuato la vita da insegnante, sposandosi con l’amico-collega. Non aveva preso la laurea in Teologia  ma i viaggi intrapresi le avevano insegnato molto ma molto di più

Non si era fatta più sentire, troppe distanze ormai. Chiedeva sue notizie ad amici comuni, che erano rimasti in contatto telefonico.

Ricevette una telefonata, la voce era accorata.

“Hai saputo di don Gabriele? Sta molto male. Gli hanno diagnosticato un tumore. Non si sa se si salverà”

Layla non rispose, sentì una mano gelida stringerle il cuore.

“Pronto? Mi senti?”

“Sì, scusami. Che brutta notizia mi stai dando. Mi dispiace tantissimo. Tienimi informata, mi raccomando”

Parole consuete di rammarico, mentre dentro un’emozione esplodeva.

Per diversi mesi fu dilaniata dall’indecisione di chiamarlo. Ma  le sembrava indelicato farsi sentire proprio adesso che stava male. O forse proprio per questo sarebbe stato giusto renderlo  consapevole che, nonostante il silenzio, lei c’era sempre stata.

L’inverno aveva appena lasciato il posto ad una dolce primavera.  La Pasqua era imminente e, con la festa, la voglia di abbandonare gli impegni per ritrovarsi in famiglia. Layla e il marito sarebbero andati a casa della sorella, che abitava in una vicina città. Non avevano avuto figli ed erano attaccatissimi ai nipoti. Come loro agli zii, non passava sera senza che li chiamassero. Con Layla avevano un particolare feeling, adoravano la zia cinquantenne  con il sorriso ancora di bimba. E la voglia di vita.

Ma ogni tanto, era assalita da un ricordo. Che si trovasse a casa, cenando insieme, mentre faceva lezione, o leggeva un libro, o guardava un tramonto. Bastava un nome, una musica, un’atmosfera. Era felice con suo marito, lo amava e lo stimava; erano in perfetta sintonia. Ma c’era un tarlo nel cuore di Layla. Un tarlo segreto, che non aveva mai raccontato a nessuno. Troppo intimo, doveva rimanere soltanto suo.

Quel giorno si decise. Era sabato, dedita alle pulizie di casa. Stava spolverando la libreria quando l’occhio le cadde su un libro, uno dei tanti. Ma questo era “il” libro, perché l’autore era Gabriele Guglielmi. E c’era una dedica. I ricordi riaffiorarono  improvvisi, come un’ondata bianca e lieve, come un soffio di primavera, come petali sfogliati dal vento…

“Oggi lo chiamo”, pensò decisa. Ma come sempre,  presa dagli impegni, si dimenticò della promessa fatta a se stessa.

La sera, mentre preparava cena aspettando il marito, sentì il cellulare risuonare più volte. Erano senz’altro messaggi di colleghi, o amici, o nipoti.

“Li leggerò con calma, più tardi”.  Vi dette una scorsa. Uno in particolare attrasse la sua attenzione. Era dell’amica che puntualmente le dava notizie di don Gabriele. Che strana coincidenza. Proprio oggi aveva pensato  di chiamarlo e anche stavolta il proposito era sfumato.

“Ma domani lo chiamo. Speriamo stia meglio”

Lesse il messaggio, scarne parole.

“Non è più tra noi”

Spense il telefono. Non voleva sentire nessuno, non voleva essere chiamata, non voleva leggere nient’altro.

Domani avrebbe ripreso a vivere, ma con la consapevolezza della sua eterna assenza. Era tornato al cospetto del suo Signore.

Il mondo sarebbe stato ancora più imperfetto.

Lei non sarebbe stata più la stessa.

Loading

2 commenti »

  1. Un segreto nel proprio cuore, inconfessabile,non condivisibile, perché ” l’ essenziale è invisibile agli occhi”…Un bel racconto, che marcia fino alla fine con un bel ritmo di

  2. Bello il gioco tra il non volere e il volere inconscio, sul filo dell’incoffessabile. Coniugato bene anche con l’imprevisto, buono o meno buono che sia. Brava !

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.